Ultima Cena. Miniatura dal Vangelo

Penitenza
Confessione Questo sacramento si realizza durante la confessione. Il cristiano credente nomina davanti al prete i propri peccati - li confessa con un sincero pentimento, provando vergogna di averli compiuti, con una ferma intenzione di non ripeterli in seguito.
La parola "penitenza" ha un'altra sfumatura, che viene dalla parola greca ad essa corrispondente "metanoia" - "cambiamento della mente". La penitenza non è semplicemente il rimpianto sulle cose fatte; in questo sacramento è data la grazia, che guarisce le debolezze umane.
Nella Chiesa esiste quella che si chiama la successione apostolica - una trasmissione senza interruzioni del dono della grazia per uno speciale servizio. Gli apostoli hanno ricevuto questo dono da Cristo e lo hanno trasmesso a quelli, che sono diventati capi delle prime comunità cristiane. Grazie alla successione apostolica i preti ricevono il diritto di assolvere dai peccati i penitenti (liberarli dalla colpa per un peccato concreto), secondo la promessa di Cristo data ai discepoli: "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi" (Gv 20,23). Non di meno, il prete durante la preghiera comune prima della confessione, ricorda che lui è soltanto un testimone davanti a Dio, testimone della penitenza.
La confessione nella Chiesa ortodossa si fa davanti all'analoj, un alto ambone sul quale stanno la croce ed il Vangelo. Se il sacerdote vede una sincera compunzione del cuore, copre il capo chino del penitente con l'estremità dell'epitrachilion (un nastro largo che il prete porta al collo, più largo della stola cattolica) e dice la preghiera di assoluzione, perdonandogli i peccati in nome di Gesù Cristo. Dopo di questo il penitente bacia la croce e il Vangelo, in segno di gratitudine e fedeltà a Cristo.
AssoluzioneIl prete aspetta dal penitente il riconoscimento del suo peccato e la compunzione: il penitente dovrebbe chiamare per nome il suo peccato non cercando di giustificarlo. Non è sempre necessario raccontare durante la confessione le particolari circostanze dell'azione peccaminosa. La chiarificazione di queste circostanze è necessaria soltanto quando bisogna aiutare il penitente a vedere le radici della sua malattia spirituale, a capire più profondamente il significato e le conseguenze delle sue azioni.
Il tentativo di ingannare nella confessione, di nascondere un qualsiasi peccato, di trovargli qualche giustificazione oppure la speranza di poterlo ripetere senza punizione (nello spirito di un detto di sapienza mondana "Non peccherai - non ti potrai pentire") lasciano l'uomo senza la grazia data dal sacramento. I Padri della Chiesa avvertivano che in casi del genere, quando il prete legge la preghiera di assoluzione, il Signore dice: "Io, invece, giudico e condanno".
A volte il prete, che celebra il sacramento, vede che il penitente dovrebbe con più chiarezza e profondità riconoscere le radici dei peccati, che gli causano in quel dato momento il più serio pericolo spirituale, vede che il penitente ha bisogno di una compunzione più perfetta. Allora il sacerdote può dargli l'epitimia (dal greco "castigo"), un castigo ecclesiastico che ha scopi educativi. Per i laici questo consiste nel leggere qualche preghiera penitenziale o di altro tipo, nel fare un numero stabilito di inchini fino a terra, che lo spingono a ricordare il male compiuto, un digiuno forzato, la proibizione di comunicare per un certo tempo, ecc. Le epitimie per i peccati particolarmente gravi sono previste dai canoni ecclesiastici.








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