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Soltanto quando si incomincia a leggere la Scrittura, il cristiano occidentale
si sentirà più o meno a suo agio. Grazie alle riforme degli ultimi anni,
lui si è abituato a tre letture: una dell'Antico Testamento, una degli
Atti o delle Lettere degli apostoli e una del Vangelo. Tra queste letture,
si aspetta di sentire frammenti di salmi oppure inni. Nella liturgia orientale,
invece, ascolterà soltanto due Letture; la prima è sempre dagli Atti o
dalle Lettere degli apostoli, la seconda invece è dal Vangelo. Entrambe
le letture si leggono cantando. Tra di esse risuonano i versetti dei salmi,
come ritornello si canta l'alleluia. Il nostro cristiano occidentale ha
potuto osservare che ancora prima della prima Lettura sono risuonati i
versetti dei salmi e si chiederà: quando hanno letto la Lettura dell'Antico
Testamento? Raramente l'omelia segue le Letture. Dunque il cristiano occidentale
si meraviglierà e, forse, si rallegrerà, che nella struttura della liturgia
non c'e' posto per la predicazione, anche se non raramente essa viene
fatta alla fine della messa, oppure, quando ci sono molti preti, durante
la comunione.
A questo punto il cristiano occidentale si perde un poco. Non si meraviglia,
quando alla lettura del Vangelo segue una preghiera di supplica, sotto
forma di un'ektenia. E' abituato che questa forma di preghiera (cioè la
Preghiera dei fedeli) segue le Letture della Scrittura e l'omelia. Certamente,
si chiederà perché prima non si legge il Credo (simbolo di fede), come
la risposta dei fedeli alla Parola di Dio proclamata; ma sarà decisamente
perplesso, quando alla richiesta rivolta a tutti catecumeni di uscire
dalla Chiesa, nessuno esce, e quando a tutti i fedeli si propone di nuovo
di pregare il Signore e non li si lascia pregare! Niente della sua esperienza
lo aiuta ad orientarsi almeno un poco. L'abituale rito occidentale non
gli suggerisce niente, quando, dopo la prima parte del "Canto dei Cherubini",
una processione solenne dei concelebranti porta fuori dalla porta settentrionale
il pane e il vino, preparati durante la Proscomidia, e dopo aver fatto
un giro intorno alla navata, li porta indietro nel santuario. Forse per
il cristiano occidentale sarà abituale la processione con i doni, quando
i parrocchiani portano al sacerdote, in piedi davanti all'altare, il pane
e il vino per l'Eucaristia, e anche le offerte dei parrocchiani in denaro.
Ma durante il Grande Ingresso (proprio così si chiama il momento del quale
stiamo parlando) sono soltanto i celebranti che portano il pane e il vino
da una parte all'altra del santuario, dando a queste offerte la stessa
venerazione, che, secondo il pensiero dell'Occidente, dovrebbe essere
riservata soltanto alle offerte già consacrate.
E' vero, quando appare la processione, la gente fa il segno di croce e
si inchina, molti si inginocchiano o, addirittura, si prostrano davanti
al calice ed alla patena (discos) nascosti sotto alcuni manti,
ricamati riccamente. Nel frattempo i concelebranti ricordano i capi della
loro chiesa, i governanti del paese, i malati, i bisognosi, i defunti
e cosi via e, in fine, i presenti nel tempio e tutti i cristiani ortodossi.
Dopo aver benedetto l'assemblea con le offerte, i celebranti le riportano
nel santuario passando per le porte sante e le collocano sull'altare.
Questi momenti, nei quali la liturgia ortodossa arriva al culmine del
suo splendore liturgico, non hanno, come del resto il Piccolo Ingresso,
nessun parallelo nelle celebrazioni liturgiche dell'Occidente. A differenza
della processione con le offerte nella tradizione occidentale, il Grande
Ingresso non precede direttamente la Preghiera Eucaristica. Lo segue invece
ancora un'altra ektenia, e dopo di essa l'abbraccio della pace. Tra altro,
non si fa nessun abbraccio della pace, né tra i celebranti e il popolo,
né tra quelli che pregano, ma soltanto tra i celebranti. I cristiani occidentali
potrebbero rattristarsi, sono abituati che in qualsiasi celebrazione eucaristica
la gente si bacia a vicenda, si scambia strette di mano oppure in qualche
altra forma si scambia il segno dell'amore e della pace. Nella Divina
Liturgia, invece, pochi secondi sono offerti all'abbraccio della pace,
che ha luogo prima del Simbolo di fede, la cui proclamazione serve come
aiuto immediato alla Preghiera Eucaristica.
Questa preghiera, chiamata Anafora (cioè preghiera di innalzamento) è
preceduta da un dialogo, simile a quello che si fa durante la Preghiera
Eucaristica del rituale occidentale, con la sola differenza che inizia
con le parole "La Grazia del Signore nostro", e l'ultima risposta, "E'
giusto e necessario", è più lunga in Oriente. A sorpresa del cristiano
occidentale, dopo quest'ultima risposta, il coro inizia il Sanctus. La
prima parte dell'Anafora il prete l'ha già pronunziata a voce bassa dietro
le porte chiuse, alzando la voce soltanto per cantare le prime note del
Sanctus. Tutte le altre parti delle preghiere vengono eseguite in questo
modo: nei momenti cruciali il sacerdote a voce alta canta un'acclamazione,
dopo di che il coro canta la risposta, coprendo con essa la lettura della
nuova parte della preghiera letta a voce bassa ("preghiera segreta").
Le uniche parole importanti proclamate a voce alta sono le Parole del
Signore che riguardano il pane e il vino. Tutto questo può risultare noto
soltanto al cattolico, che non ha ancora dimenticato la vecchia messa;
prima della riforma del Concilio Vaticano II, il canone della messa era
proclamato a voce bassa, e in questo momento il coro cantava composizioni
melodiche del Sanctus. Per il cristiano odierno, educato a pensare che
la Preghiera eucaristica è la parte più importante della messa, e che
a questa parte lui deve unirsi con tutta l'anima e con tutta la mente,
è pienamente incomprensibile che essa venga proclamata a voce bassa, e
che il sacerdote che la proclama sia nascosto dietro l'iconostasi. Ma
in qualche luogo questo è stato cambiato: in alcune chiese ortodosse le
porte sante sono aperte durante tutta la liturgia e almeno una parte dell'Anafora
si proclama ad alta voce.
Dopo l'Anafora segue l'ektenia, che anzitutto offre a Dio i doni del pane
e del vino, e dopo ripete le suppliche, espresse già nell'ektenia precedente,
quella cantata durante il Grande Ingresso. Dopo si canta la Preghiera
del Signore (Padre nostro). L'acclamazione "le cose santi per i santi"
è conosciuta almeno da alcuni anglicani. Dopo che i concelebranti hanno
comunicato, può comunicare anche il popolo. All'inizio il sacerdote a
nome di quelli che si accostano alla comunione innalza una preghiera in
cui confessa la fede, si pente dei peccati e chiede che la comunione porti
buoni frutti. Dopo con un cucchiaino dà ai comunicandi il pane con il
vino. Il cristiano occidentale può meravigliarsi di nuovo, quando vede
che nello stesso modo comunicano i fanciulli e addirittura i neonati,
portati in braccio dai genitori. Terminata la comunione, brevi canti di
gloria e ringraziamento concludono la liturgia. Il sacerdote benedice
la gente con il crocifisso, i fedeli si avvicinano a lui, baciano il crocifisso
e ricevono l'antidoron.
Il cristiano occidente che viene alla Divina Liturgia per la prima volta
resterà sconvolto da tantissime differenze, nella struttura, nei dettagli,
tra la messa della chiesa ortodossa e quella sua propria. E se studierà
l'intero testo della liturgia e conoscerà come la concepiscono gli ortodossi,
l'impressione più grande la riceverà da due cose particolari, che non
trovano analogie nella sua esperienza.
Anzitutto, la liturgia sembra essere una doppia messa, celebrata nello
stesso tempo. Una di queste messe è celebrata dai sacerdoti nel santuario,
e nella maggior parte non è né vista né sentita da quelli che stanno nella
navata. Essa è composta da: Proscomidia; preghiere prima dell'ektenie;
altre preghiere, alcune personali dei concelebranti, altre comuni del
rito; alla fine l'Anafora, la parte più importante del rito. La seconda
messa invece è vista e sentita dai partecipanti, ed è portata avanti nella
maggior parte dal diacono, che si trova sulle porte sante. E' composta
da: antifone ed ektenie; canti; Letture; il Piccolo e Grande Ingresso;
il Simbolo della fede; le risposte, anzitutto all'Anafora; la Preghiera
del Signore e la Comunione; le preghiere finali e la distribuzione dell'antidoron.
In alcuni momenti queste "due" messe coincidono, durante le Letture, il
Simbolo di fede e la Preghiera del Signore; in altri si intrecciano verbalmente,
con le frequenti benedizioni e acclamazioni dopo le preghiere segrete,
innalzate dai concelebranti dal santuario, oppure visibilmente, con le
processioni e le frequenti apparizioni dei concelebranti alle porte sante.
E nonostante tutto, il cristiano occidentale pensa che la gente che sta
nella navata partecipa soltanto passivamente alla parte più importante
della messa, celebrata d'altra parte dell'iconostasi, mentre la sua attenzione
è occupata da canti di secondaria importanza. Non può superare la percezione
che la liturgia è celebrata per la gente, ma la gente non la celebra.
La seconda cosa è che in ogni azione la gente mette un significato simbolico.
Questo si rivela nel testo stesso, soprattutto nella Proscomidia. Il pane
ed il vino devono essere preparati, però non in maniera semplice, ma in
modo che in tutto ciò che è detto e fatto, siano presentate l'incarnazione
e la passione di Cristo. Nella parte principale della liturgia questo
è messo meno in rilievo. Ed ecco, quando si mette il pane e il vino sull'altare
dopo il Grande Ingresso, il sacerdote proclama alcuni testi di canti tratti
dal Venerdì e Sabato santo; dopo che i sacerdoti hanno comunicato, leggono
alcuni testi pasquali. Quando si pongono le offerte sull'altare si simbolizza
la deposizione di Cristo, e all'inizio della comunione si presenta simbolicamente
la sua resurrezione.
Se il cristiano occidentale comincerà ad approfondire l'argomento, vedrà
che questi sono soltanto i principali momenti dell'interpretazione della
liturgia, interpretazione che collega ogni momento della liturgia agli
avvenimenti della vita terrena e del servizio di Cristo, anzi, questo
simbolismo si allarga al tempio ed al suo ornamento. La Proscomidia presenta
simbolicamente l'incarnazione e la nascita di Cristo e, dal momento che
lui nasce per morire per noi, anche le sofferenze e la morte. Per questo
l'altare sul quale si prepara la Proscomidia simbolizza Betlemme e Nazareth,
ma anche il Golgota. Le antifone iniziali della liturgia presentano l'inizio
della vita terrena di Cristo, quando ancora non era conosciuto da nessuno,
predetto soltanto nelle profezie.
Nel rito del Piccolo Ingresso, Cristo esce per predicare, ed il Vangelo,
portato fuori in questo momento, simbolizza la sua prima apparizione al
popolo. Le lettere degli apostoli sono la loro predica, il Vangelo invece
presenta la predica dello stesso Cristo. Il Grande Ingresso simbolizza
l'ultima entrata di Cristo a Gerusalemme per la sua passione e morte,
e la deposizione delle offerte sull'altare indica la deposizione di Cristo,
fatta da Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. L'altare stesso è la tomba, i
veli sul calice e sul disco sono fasce mortuarie. La resurrezione è simbolizzata
nel momento, in cui dopo l'Anafora si mette un pezzetto di pane nel calice;
invece con il trasporto dei piatti dall'altare principale a quello laterale,
dopo la comunione, si presenta l'Ascensione del Signore.
In questo modo, ogni volta che si svolge la liturgia, davanti allo sguardo
del popolo passa la vita di Cristo. Sì, pochi capiscono la partecipazione
al sacramento, però tutti possono partecipare alla celebrazione, contemplando
il mistero salvifico dell'incarnazione, della passione e della glorificazione
del Signore. Questo sembra strano per il cristiano occidentale, che è
educato a vedere come unica forma accettabile di partecipazione alla messa,
proprio la partecipazione al sacramento. I cattolici più vecchi ricorderanno,
che quando ancora non era entrata la pratica della comunione frequente,
anche a loro insegnavano a contemplare, durante la messa, la passione
di Cristo, i cui vari momenti erano presentati nelle azioni e nei testi.
Questa tradizione era seguita nello stesso modo, nonostante alcune particolarità
caratteristiche, sia dall'Oriente che dall'Occidente; questa tradizione
è terminata nella Chiesa Cattolica, quando la comunione frequente divenne
una pratica comune. Nell'interpretazione ortodossa della liturgia, siccome
la gente comunica raramente, tale tradizione è conservata sino ad oggi.
La liturgia ortodossa dà ai cristiani d'occidente l'esperienza di una
celebrazione eucaristica, che nelle proprie tradizioni essi non hanno
la possibilità di fare. Molti di loro sono attratti da essa. I riti nelle
loro chiese sono rinnovati e si sono avvicinati a come erano eseguiti
- secondo la scienza odierna - dalla Chiesa primitiva. I principi della
celebrazione, radicati nella liturgia ortodossa, non si accordano alla
loro vista con ciò che essi sono abituati a considerare come principale.
Ciononostante, questa liturgia dà a molti una profonda esperienza di preghiera.
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