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Verso
il 1905 egli viene richiamato in Russia come soldato della guardia imperiale.
E il momento della guerra russo-giapponese. Ma, in quanto monaco, non
viene mandato al fronte. Per un certo tempo vive nel suo villaggio, in
una capanna che la famiglia gli ha permesso di costruire nei campi. Fa
anche dei viaggi per visitare alcuni monasteri. Vive questo periodo di
forzato "esilio" come preziosa occasione di manifestare la sua
solidarietà con tutti gli uomini e per alimentare la sua intercessione
per tutte le creature.
L'amore per il prossimo in Silvano si dilata all'umanità intera.
Egli adempie in questo il precetto evangelico: "Ma io vi dico: amate
i vostri nemici" (Mt 5,44). Secondo lui, chi non ha l'amore per i
nemici non ha ancora conosciuto Dio nello Spirito santo. In ogni circostanza,
perciò, egli manifesta la propria compassione per gli uomini: prega
per i vivi, per i defunti e anche per quelli che non sono ancora nati.
E di una carità piena di delicatezza. Intercede, e Dio ascolta
la sua preghiera. Talora avvengono anche miracoli. E la propria esperienza
che egli racconta; ma lo fa con umiltà, come se si trattasse del
racconto riguardante un altro asceta.
In una notte di tenebra fitta, una tempesta squassa le barche da pesca
nel porto. Gli uomini sono presi dal panico e non sanno più che
cosa fare. Silvano prova una tale pena per loro che prega: "Signore,
placa la tempesta, calma le onde. Abbi pietà del tuo popolo che
soffre e salvalo". La tempesta cessa, il mare si calma e gli uomini
rendono grazie a Dio. E Silvano testimonia: "Un tempo pensavo che
il Signore compisse miracoli solamente in risposta alle preghiere dei
santi, ma ora ho capito che il Signore opera miracoli anche per il peccatore,
non appena la sua anima si umilia. Molti, per inesperienza, dicono che
il tal santo ha fatto un miracolo, ma io ho compreso che è lo Spirito
santo che dimora nell'uomo a operare i miracoli".
Passano gli anni. Dopo la prima guerra mondiale le autorità greche
chiudono l'accesso al Monte Athos ai russi dell'Unione Sovietica e allora
il monastero di San Panteleimon vede esaurirsi il flusso di vocazioni
monastiche. Si portano alla sepoltura dai trenta ai quaranta monaci ogni
anno, cosicché agli inizi degli anni trenta non sono più
di seicento. Ma la vita comune continua, e con essa gli uffici, la preghiera.
In quel periodo si sviluppano ancora di più, nella discrezione,
i numerosi carismi dello schimamonaco (Monaco che indossa lo schima, il
"grande abito") Silvano a favore di quanti si rivolgono a lui,
anche per lettera: profezia, discernimento, chiaroveggenza, guarigione.
Ma è soprattutto la sua immensa carità ad avvolgere tutti
coloro che vengono da lui. Certo, persino tra i suoi fratelli monaci ci
sono alcuni che continuano a ignorarlo; ma fra i suoi visitatori e fra
quanti sono in corrispondenza con lui si contano teologi, archimandriti,
monaci di altri monasteri (soprattutto serbi di Chilandari e della skit
di San Saba), e anche vescovi. Molti gli renderanno testimonianza, dopo
la morte serena avvenuta nell'in-fermeria del monastero, durante il mattutino,
il 24 settembre 1938.
Qualche giorno prima, quando è evidente che sta soffrendo ma si
rifiuta ancora di andare in infermeria, un suo discepolo gli chiede se
sia vicino alla morte ed egli risponde: "Non ho ancora raggiunto
l'umiltà". Viene poi portato in una stanza dell'infermeria,
da solo; ogni giorno riceve la comunione, poiché tale è
l'usanza del monastero per i malati gravi. In tutto questo tempo egli
custodisce il silenzio. La sera del 23 settembre il suo confessore, padre
Sergio, viene a leggere il "Canone della Madre di Dio", preghiera
di intercessione per la dipartita dell'anima, detta anche "preghiera
degli agonizzanti"; alla fine, Silvano ringrazia a bassa voce. Verso
la mezzanotte chiede al padre infermiere: "Si sta celebrando il mattutino?".
"Sì. Avete bisogno di qualcosa?". "No, grazie; non
ho bisogno di nulla". Questo semplice dialogo e il fatto che egli
oda il mattutino — appena percettibile dal luogo in cui si trova
— mostrano la sua serenità e il pieno possesso delle facoltà.
L'infermiere ritorna verso la fine del mattutino ed è estremamente
stupito di trovarlo già morto. Sono all'in-circa le due del mattino.
Silvano verrà sepolto il giorno stesso, alle quattro del pomeriggio.
Il vescovo Nicola Velimirovic — che ha dato inizio al grande movimento
di rinnovamento spirituale all'interno della chiesa ortodossa serba in
questo nostro secolo — nella sua rivista missionaria scrisse un
necrologio dal titolo: "Un uomo dall'amore grande". Così
annotava: "Di questo monaco meraviglioso si può dire una sola
cosa: era un'anima piena di dolcezza. E non sono il solo ad aver sperimentato
quella dolcezza: ogni pellegrino del Monte Athos che l'aveva incontrato
provava la medesima sensazione. Silvano era un uomo forte, alto di statura;
aveva una grande barba nera e, a prima vista, il suo aspetto esteriore
non lo rendeva particolarmente attraente a chi non lo conosceva. Ma bastava
una sola conversazione per amare quell'uomo ... Parlava dell'immenso amore
di Dio per gli uomini e portava i peccatori a giudicare se stessi con
severità ... Quell'asceta mirabile era un semplice monaco, ma pieno
di amore per Dio e per il prossimo. Da ogni parte della Santa Montagna
accorrevano a lui monaci in gran numero per ricevere i suoi consigli ...
Tutti sono stati dolorosamente colpiti da questa sua dipartita. A lungo,
molto a lungo si ricorderanno dell'amore del padre Silvano e dei suoi
saggi consigli. Anche a me il padre Silvano è stato di grandissimo
aiuto spirituale. Sentivo chiaramente quanto la sua preghiera mi fortificasse.
Ogni volta che mi recavo alla Santa Montagna, mi affrettavo a fargli visita
... Il libro della sua vita è tutto adorno delle perle della sapienza
e dell'oro dell'amore. E un libro immenso e incorruttibile".
Silvano era totalmente preso dalla visione della divinità di Cristo
e dalla "dolcezza" dello Spirito santo, e faceva passare questa
visione nella propria vita. Lo Spirito santo lo rese davvero somigliante
al Cristo che gli era stato concesso di vedere. Di questa somiglianzà
egli parlava molto spesso, citando il grande apostolo dell'amore: "Saremo
simili a lui, perché lo vedremo così come egli è"
(1 Gv 3,2). |