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Simeone
è nella sua cella, nel tardo pomeriggio, prima dei vespri. Pensa:
"Dio è inesorabile, e non lo si può impietosire".
E prova un senso di assoluto abbandono: la sua anima sprofonda nelle tenebre
di un'angoscia infernale. Passa circa un'ora in quello stato. Ed ecco,
in risposta alla disperazione del giovane novizio, il Signore gli appare.
Quello stesso giorno, durante i vespri nella cappella del santo profeta
Elia, a destra delle porte regali, là dove si trova l'icona del
Salvatore, Simeone vede il Cristo vivente, e tutto il suo essere, compreso
il corpo, si ritrova riempito del fuoco della grazia dello Spirito santo.
Una grande luce allora lo illumina: egli è come strappato a questo
mondo e il suo spirito è rapito in cielo, dove ode parole ineffabili.
In quel momento avviene in lui come una nuova nascita dall'alto (cf. Gv
1,13; 3,3). Lo sguardo dolce del Cristo avvolto di gioia radiosa, del
Cristo che è bontà infinita e tutto perdona, attira a sé
l'essere intero di Simeone. Questi si sente estenuato: non potrebbe sostenere
ulteriormente quello sguardo senza morirne. E il Signore scompare. La
visione cessa, ma il suo spirito è trasportato dalla dolcezza dell'amore
divino a una contemplazione della divinità che trascende ogni immaginazione
di questo mondo.
Ma dopo aver conosciuto la gioia della resurrezione e una beatitudine
tutta pasquale, Simeone sente svanire l'azione percettibile della grazia.
La pace e la gioia cedono il passo alla perplessità e al timore
di perdere il dono ricevuto. Egli ignora ancora che talvolta la grazia
si ritira perché l'anima languisca di desiderio per il suo Signore.
Assalito da un'incertezza angosciante, va a chiedere consiglio a uno starez,
il padre Anatolio. E l'anziano asceta, che è arrivato a conoscere
la misericordia di Dio solamente dopo quarantacinque anni di vita monastica,
non riesce a nascondere il proprio stupore: "Se sei già ora
così, che sarai mai nella vecchiaia?". Mai un asceta dovrebbe
rivolgere delle lodi a un fratello! Eccolo, il nostro fratello Simeone,
costretto a lottare contro la vanità. Ed è una lotta faticosa,
complessa, sottile.
Quando sopraggiunge la vanità, la grazia si ritira, il cuore si
raffredda, la preghiera viene meno, lo spirito si disperde e l'anima subisce
l'assalto dei pensieri passionali. L'anima di Simeone è nell'angoscia
e lotta per afferrare l'Inafferrabile. Quando la luce ricompare, è
per poco tempo. Hanno così inizio quindici anni di alternanza di
grazia e di abbandono. Nel frattempo egli fa la professione e riceve l'abito
monastico e il nome di Silvano. Ogni parola è inadeguata a descrivere
le lotte che il nuovo monaco deve sostenere per intere notti durante tutti
questi anni. Scriverà: "Se il Signore non mi avesse fatto
conoscere fin dall'inizio di quale amore egli ama gli uomini, non avrei
sopportato neppure una sola di quelle notti. E ne ho avuto una moltitudine!". |