L'icona di Venerato Silvano di Monte Athos. XX s.

Vita di San Silvano
Un semplice contadino russo
Simeone, figlio di Ivan Antonov, contadino della provincia di Tambov, nasce nel 1866 nel villaggio di Chovsk. La famiglia è numerosa: oltre al padre e alla madre essa comprende cinque figli e due figlie. È una famiglia semplice e profondamente religiosa. Il padre è analfabeta, ma una fede profonda ne rischiara l'intera vita. Così dirà di lui Silvano:
Da mio padre ho imparato a non affliggermi per la perdita dei beni materiali e a confidare sempre nel Signore. Quando in casa sopraggiungeva una contrarietà, il suo cuore non si turbava. Dopo un incendio che gli aveva distrutto ogni cosa, non si disperò, ma ripeteva con fiducia:
"II Signore farà in modo che tutto si rimetta a posto". Una volta passavamo vicino al nostro campo e io gli dissi: "Guarda, ci rubano il raccolto!". Ma egli mi rispose: "Figlio mio, il Signore non ci ha mai fatto mancare il pane. Se quell'uomo ruba è perché ne ha bisogno". Un'altra volta gli dissi: "Tu fai sempre elemosine, ma altri, più ricchi di noi, danno molto meno". Ma egli rispose: "Figlio mio, il Signore ci da il necessario" .
Come molti contadini del suo paese ama offrire ospitalità ai mercanti, ai viandanti, e soprattutto ai pellegrini che percorrono l'immenso territorio russo. Così, un giorno di festa, invita a casa sua un venditore ambulante di libri nella speranza di imparare qualcosa di nuovo. Il piccolo Simeone non ha ancora quattro anni, però segue la conversazione con attenzione. L'ospite, a cui è stato offerto del tè e qualcosa da mangiare, cerca di provare che Cristo non è Dio, e addirittura che Dio non esiste. Il bambino resta colpito, in particolare, da queste parole: "Dov'è dunque questo Dio?", e pensa: "Quando sarò grande andrò a cercare Dio per tutta la terra". Poi, una volta che l'ospite è partito, dice a suo padre: "Tu mi insegni a pregare, ma quell'uomo dice che Dio non esiste!". Il padre tenta di replicare: "Pensavo che fosse un uomo intelligente, ma vedo ora che è uno sciocco. Non badare a ciò che ha detto"; ma ormai le parole del mercante hanno insinuato il dubbio nel cuore del bambino.
Passano gli anni e Simeone diventa un giovanotto alto e vigoroso. Ha diciannove anni quando, in una maniera semplicissima, trova la risposta al dubbio che gli è rimasto così a lungo annidato nel profondo del cuore. Sta lavorando insieme con un fratello come carpentiere ad alcune costruzioni nella proprietà del principe Trubetzkoj, non lontano dal paese. La cuoca del cantiere ritorna da un pellegrinaggio fatto alla tomba di un celebre asceta e racconta la vita santa di quel recluso e i miracoli che hanno avuto luogo sulla sua tomba. Le sue parole vengono confermate da alcuni anziani lì presenti e tutti sono d'accordo nel dire che Giovanni era un santo. Allora Simeone pensa: "Se è santo, significa che Dio è con noi, e allora io non ho bisogno di percorrere tutta la terra per trovarlo".
Ed ecco che a questo pensiero il suo giovane cuore si infiamma di amore per Dio.
Simeone ha trovato la fede. Pensa incessantemente a Dio e prega molto versando lacrime. Avverte in sé un cambiamento interiore e si sente attratto dalla vita monastica. Ma suo padre gli nega il permesso di recarsi al monastero delle Grotte a Kiev: "Fai prima il servizio militare, poi sarai libero di andarci". Quello straordinario stato spirituale dura tré mesi, dopodiché Simeone si rimette a vivere come tutti gli altri giovani del paese: esce con le ragazze, suona la fisarmonica, beve vodka... Anche se tutto il villaggio ammira questo bei giovane dal carattere amabile che semina la gioia attorno a sé, egli è ancora ben lontano dall'essere un santo!
Simeone si innamora di una ragazza e, prima ancora che si arrivi a parlare di matrimonio, una sera succede tra loro ciò che spesso succede. L'indomani, sul lavoro, il padre gli dice con dolcezza: "Dov'eri, piccolo mio, ieri sera? Il mio cuore era addolorato". Quelle parole dolci penetrano nell'anima di Simeone. Un'altra volta, mentre il padre lavora nei campi insieme con i figli più grandi, tocca a Simeone preparare da mangiare;
ma, dimenticando che è un venerdì, questi prepara un piatto di carne di maiale. Tutti mangiano senza dir niente. Sei mesi dopo — si è già in inverno — un giorno di festa il padre, sorridendo con dolcezza, gli dice: "Piccolo mio, ti ricordi come ci hai dato da mangiare carne di maiale un giorno che eravamo nei campi? Eppure era un venerdì. Sai, l'ho mangiata come se fosse una carogna". "Perché non mi hai detto niente, allora?". "Non volevo ferirti, piccolo mio".
Più tardi, divenuto monaco, egli riconoscerà: "Non sono arrivato alla statura di mio padre. Era un uomo completamente analfabeta. Anche quando recitava il Padre Nostro — l'aveva imparato a forza di sentirlo in chiesa — ne pronunciava certe parole in modo maldestro. Ma era un uomo pieno di dolcezza e di sapienza". E ancora: "Ecco uno starez come vorrei averlo io. Non andava mai in collera, non aveva mai alti e bassi, era sempre dolce. Pensate: pazientò sei mesi, attendendo il momento adatto per correggermi senza ferirmi".
Già a quest'epoca egli è dotato di quella robustezza e di quella straordinaria forza fisica chegli permetteranno di compiere certe ascesi fuori del comune sia per qualità che per quantità.
Questa forza fisica, tuttavia, sarà la causa del suo più grave peccato, per il quale farà una grande penitenza. È il pomeriggio della festa parrocchiale del paese. Tutti i paesani sono usciti dalle loro case, in un'atmosfera gioiosa. Simeone passeggia per la strada con un compagno e suona la fisarmonica. Vengono loro incontro due fratelli, i calzolai del paese, di cui il maggiore, un tipo grande, forte e attaccabrighe, è un po' sbronzo. Giunto alla loro altezza, costui tenta di impadronirsi della fisarmonica, ma Simeone riesce a passarla all'amico e invita il calzolaio a "continuare per la sua strada". Ma questi, volendo indubbiamente far la figura del più forte dinanzi a tutto il paese (infatti le ragazze già cominciano a ridere), avanza verso Simeone con tono minaccioso. Simeone è propenso a cedere, poi d'un tratto è preso dalla vergogna al pensiero che le ragazze lo prenderanno in giro e colpisce con violenza il suo antagonista al petto. Il calzolaio viene scagliato lontano e cade pesantemente sulla schiena in mezzo alla strada. Sangue e bava gli colano dalla bocca. Tutti sono presi dallo spavento, soprattutto Simeone che pensa: "L'ho ucciso!". E resta là, immobile. Il fratello del ferito raccoglie una grossa pietra e la lancia con forza, ma Simeone si gira con prontezza e la pietra lo colpisce alla schiena. Allora si volta e dice: "Che cerchi? Vuoi anche tu la tua parte?". E si dirige verso di lui, ma l'altro fugge via. La gente accorre e si prende cura del ferito che resta riverso sulla strada. Dopo mezz'ora riesce a rialzarsi e, a fatica, è riportato a casa: ne avrà per due mesi, ma fortunatamente rimarrà in vita. Quanto a Simeone, dovrà stare a lungo in guardia: i fratelli e gli amici del calzolaio lo aspettano al varco, la sera, nelle viuzze, armati di randelli e pugnali. Ma, dirà, "Dio mi ha custodito".
Come spesso avviene, la prima chiamata di Dio alla vita monastica si sta affievolendo nell'anima di Simeone. Il Signore allora lo chiama di nuovo mediante una visione. Dopo un certo periodo trascorso nell'impurità, mentre se ne sta assopito in un sonno leggero vede un serpente insinuarglisi in bocca e penetrargli nel corpo. Si risveglia in preda a un violento disgusto e subito ode una voce di straordinaria bellezza e dolcezza: "Hai ingoiato un serpente in sogno, e questo ti ripugna. Allo stesso modo, neppure a me piace vedere quello che tu fai". Fortemente scosso, Simeone ha subito la profonda convinzione che quella sia la voce della santa Vergine. Fino alla fine dei suoi giorni egli renderà grazie alla Madre di Dio per essersi degnata di visitarlo e di rialzarlo dalla caduta. "Ora ho visto quanto il Signore e la Madre di Dio hanno pietà degli uomini".
Questa seconda chiamata, che è intervenuta poco prima dell'inizio del servizio militare, ha un'importanza decisiva nella scelta della via che ormai sta per intraprendere. La sua vita, che aveva preso una brutta piega, conosce a questo punto un mutamento radicale. Simeone prova una profonda vergogna per il proprio passato e inizia un cammino di pentimento pieno di ardore. Un senso acuto del peccato si risveglia in lui. Cambiano anche i suoi rapporti e le sue conversazioni con gli altri. Un giorno di festa chiede a un uomo che sta danzando e suonando la fisarmonica: "Ma come puoi, Stefano, suonare e danzare, quando hai ucciso un uomo?" (Era successo durante una rissa tra ubriachi). Quell'uomo trascina Simeone in disparte e gli dice: "Vedi, quand'ero in prigione, ho molto pregato Dio perché mi perdonasse. Ed ecco, un giorno il letto su cui mi trovavo in ginocchio, con la testa sprofondata nel cuscino, si mise a tremare, e il mio cuore provò una grande gioia. Capii allora che Dio mi aveva perdonato. Ecco perché ora suono, con l'anima in pace". E Simeone, che non molto tempo prima è stato sul punto di uccidere un uomo, capisce che si può chiedere a Dio il perdono dei peccati. E capisce anche la pace dell'anima di colui cui è stato perdonato.
Un'altra volta, a forza di far opera di persuasione, riesce a convincere un giovane, che non ci pensava minimamente, a sposare la ragazza che ha reso incinta. Ma perché, allora, a sua volta non sposa la ragazza che ha amato (ma che non è rimasta incinta)? Il fatto è che egli prega intensamente Dio di permettergli di realizzare con l'anima in pace il suo desiderio di vita monastica. Ed ecco che, mentre Simeone sta facendo il servizio militare, un commerciante di granaglie si innamora della bella giovane e la sposa. Simeone ringrazia Dio con fervore per aver dato ascolto alle sue preghiere, ma non dimenticherà mai più il proprio sbaglio.
Simeone viene assegnato al battaglione del genio della guardia imperiale. E un soldato coscienzioso, dal carattere dolce, irreprensibile nella condotta, molto stimato da tutti. In questo tempo la sua fede si accresce: egli coltiva il pentimento e custodisce incessantemente il ricordo di Dio in ogni circostanza. Un giorno — la vigilia di una festa — egli si trova in città insieme con tré compagni, in un grande ristorante popolare allietato da luci e musiche. Gli altri mangiano, bevono, conversano allegramente; ma Simeone è silenzioso. Uno di loro gli chiede: "Ma a cosa pensi?". "Penso che in questo momento noi siamo comodamente seduti qui, in questo ristorante, e mangiamo, beviamo vodka, ascoltiamo musica e ci divertiamo, mentre a quest'ora al Monte Athos si celebrano le vigilie e i monaci pregheranno tutta la notte. Ebbene, chi di noi, al giudizio finale, darà una risposta migliore, loro o noi?". Allora un altro dice: "Che tipo, questo Simeone! Siamo qua che ascoltiamo musica e ci divertiamo, e lui è con la mente al Monte Athos e al giudizio finale...". Le parole di quel soldato possono dare un'idea di quello che è stato il periodo del servizio militare di Simeone. Davvero egli pensa molto alla Santa Montagna.
Monacazióne di venerato Silvano A quest'epoca mostra già una grande saggezza e gli capita di dare consigli pieni di sapienza ai propri compagni; ha compreso, in effetti, che la condizione indispensabile per la pace fra gli uomini è il riconoscimento, da parte di ciascuno, dei propri errori.
Quando sta per giungere alla fine del servizio militare, si reca insieme con il segretario della sua compagnia dal padre Ivan di Cronstadt per chiedere le sue preghiere e la sua benedizione. Già ha avuto modo di vedere quel santo arciprete durante la divina liturgia: è fortemente colpito dalla potenza della sua preghiera e dal suo modo di celebrare. Scriverà di lui: "II suo aspetto era quello d'un uomo ordinario, ma la grazia divina conferiva al suo volto uno splendore simile a quello di un angelo, e si era presi dal desiderio di guardarlo". Quando il padre Ivan esce dalla chiesa, la folla gli si stringe attorno e ciascuno vuole ricevere la sua benedizione. "Anche in una tale ressa la sua anima dimorava incessantemente in Dio: pur in mezzo a una folla simile, la sua attenzione non conosceva la dispersione ... perché egli amava gli uomini e non cessava di pregare per loro".
Ma quel giorno essi non trovano il padre Ivan. E mentre il segretario gli scrive una lunga lettera in uno stile ricercato, Simeone gli lascia solamente queste poche parole: "Padre, voglio diventare monaco. Pregate perché il mondo non mi trattenga".
A partire dal giorno in cui il padre Ivan ha pregato per lui, "le fiamme dell'inferno non cessano di crepitare" attorno a Simeone, ovunque egli sia, ma in modo particolare in chiesa.
Terminato il servizio militare, egli realizza il suo desiderio e nell'autunno del 1892 giunge al Monte Athos.








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