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Lo
starez Silvano spesso ricordava come da bambino sentì un libraio
ateo affermare che Dio non esiste e che tutto è una invenzione,
bugie dei preti. “Dov’è questo Dio?” –
chiese il libraio al padre del piccolo Simeone, nome temporale del nostro
starez. Mentre il padre taceva il figlio pensava: ”E’ vero,
dov’è Dio? Quando crescerò, comincerò a cercarLo…”
Così l’incontro con questo ateo diventò uno degli
eventi più importanti della vita di Simeone. Cercò Dio fino
alla fina della vita, tendeva a Lui, lasciando tutto il resto; pensava
che tutto fosse polvere, davanti ai tesori del Regno Celeste.
Lo starez era molto umile e mite, diceva che aveva preso dal padre ma
che non era mai riuscito a raggiungere i suoi livelli. Ecco uno dei suoi
racconti sull’atmosfera della casa paterna.
Un venerdì d’estate, Simeone dimenticandosi del digiuno cucinò
della carne e la portò nel campo dove stavano lavorando i suoi
familiari. Era una grande famiglia e molto unita, tutti lavoravano e vivevano
uniti. Il padre si fece il segno della croce e cominciò a mangiare
e così, dopo di lui tutti gli altri. Solo dopo mezz’anno
in inverno il padre si rivolse a Simeone e con un dolce sorriso gli disse:
“Ti ricordi figlio mio come una volta mi hai fatto mangiare la carne
di maiale? Era un venerdì quel giorno. Sai, mi è stato difficile
mangiare.” Dispiaciuto, Simeone rispose: “Perché non
me l’hai detto?” “Non volevo imbarazzarti,” rispose
padre. “Uno starez così vorrei avere io - diceva Silvano
già tanti anni dopo – non si arrabbiava mai, era sereno,
umile. Immaginatevi, aspettò sei mesi prima di rimproverarmi, e
lo fece senza mettermi in imbarazzo!”
Simeone era un bambino molto forte fisicamente. Viveva normalmente come
tutti i ragazzi del villaggio. Gli piaceva uscire, incontrare gli amici,
poteva alzare grandi pesi, poteva fare lavori difficili. Ma una volta
la sua forza gli procurò un guaio. In una festa incontrò
un calzolaio, un ragazzo molto forte. Il ragazzo era ubriaco e cominciò
ad offendere Simeone. Simeone non voleva rispondere, ma dopo un po’,
pensò che se non avesse reagito anche gli altri ragazzi avrebbero
cominciato a burlarsi di lui, e così in un attacco di collera diede
al calzolaio un pugno sul petto. Quello cadde a terra e si fece molto
male. Il colpo fu così forte che dalla sua bocca uscì sangue.
Per due mesi il calzolaio rimase grave tra la vita e la morte senza mai
potersi alzare. Questo caso impressionò Simeone profondamente.
La coscienza del peccato non gli lasciava pace.
Dopo aver finito il servizio nell’esercito Simeone andò da
Giovanni di Kronshtadt per ottenere la benedizione per diventare monaco.
Quando giunse, Giovanni non c’era; Simeone non si arrese e chiese
la benedizione con un messaggio scritto su un foglietto di carta ma già
il giorno dopo sentì che attorno a lui “ronzava la fiamma
dell’inferno”. Dopo la preghiera del santo di Kronshtadt questo
ronzio non lasciava il ragazzo in pace, né sulla via del Monte
Athos ma neanche più tardi nel monastero.
La prima cosa che chiese il novizio giunto alla Santa Montagna fu la confessione.
Prima di confessarsi si rinchiuse alcuni giorni nella sua cella per l’esame
di coscienza, secondo le usanze. Dopo la confessione il padre spirituale
gli disse: “Rallegrati perché tutti i tuoi peccati sono perdonati
da Dio. Adesso sei sul pontile della salvezza, iniziala nuova vita”.
Simeone allegro per la notizia della salvezza si diede tutto a questo
sentimento nuovo. La tensione passò, si sentì rilassato.
Ma ben presto la sua mente fu piena di immagini del mondo, e molti pensieri
sessuali lo molestavano. “Sposati, - gli diceva il demonio - vivi
come tutti. Sei ancora giovane, il meglio non è ancora venuto”.
Andò a confessarsi di nuovo ma il padre spirituale gli ordinò
di non cominciare la conversione dai pensieri, di lasciarli perdere. Simeone
fu molto meravigliato. Inesperto pensava che il convento fosse un posto
sicuro dove poter vivere tranquillo in una vita spirituale, ma il nemico
agiva anche all’interno del monastero ed con maggior forza di quando
era nel mondo, anche in un santo monastero si poteva fare un grandissimo
fallimento. Allora i pensieri cominciarono a spingerlo verso il deserto,
solo nella clausura e nella totale solitudine – gli diceva il demonio
- potrai ricevere la salvezza. Ma Simeone, obbedendo al padre spirituale
si disse: “Il pensiero mi cacciava prima nel mondo, adesso nel deserto.
Ma non lo ascolto. Meglio morire qua per i miei peccati”. Rimase
nel monastero e vinse il demonio.
Nella nuova vita monastica amò più di tutto la preghiera
di Gesù.
Simeone pregava tanto conoscendo la sua debolezza e presto ricevette il
grandissimo dono della preghiera continua, gli apparve la Santissima Madre
di Dio dopo di che la preghiera continua cominciò a scaturirgli
dal cuore. Non immaginava nemmeno che questo dono raramente Dio lo dava
a novizi così presto.. Al novizio
Ma subito dopo nella sua cella cominciarono ad apparire i demoni. A volte
i demoni gli dicevano che lui era santo e che non doveva più lavorare,
a volte invece lo riempivano di angoscia dicendo che non si sarebbe mai
salvato. Dormiva poco, sedendo sulla sedia, una o due ore al giorno, ma
nello stesso tempo lavorava tanto, portando pesantissimi sacchi di farina
del mulino. La tensione della vita spirituale sembrava crescere senza
fine. Il demonio lo provava proprio fino al limite delle sue forze, specialmente
una volta quando, dopo una giornata di lavoro particolarmente pesante,
Simeone chiuso nella sua cella arrivò quasi alla disperazione e
pensò: “Non si può ricevere la misericordia da Dio”.
E la sua anima si riempì di una terribile sofferenza e di angoscianti
pensieri dell’inferno. Quello stesso giorno, durante i vespri gli
apparve il Signore e riempì la sua anima con il fuoco della Sua
benedizione. Scrisse Silvano che quando Dio appare ad una anima essa non
può riconoscere il suo Creatore e il suo Dio.
Il rumore del fuoco dell’inferno lasciò subito il santo ed
egli vide una Luce non fatta dall’uomo e fece l’esperienza
che i suoi peccati erano veramente cancellati, ciò lo riempì
di un grande amore verso tutte le persone. La sua anima pregò per
tutto il mondo. La grazia di Dio non rimase con lui per sempre, questa
azione forte a volte si indeboliva, ma il santo continuò a lottare
sempre. Un biografo dello starez dice che il santo a volte aveva la sensazione
di essere lasciato da Dio; la lotta con i demoni continuava mentre le
apparizioni della grazia di Dio erano rare e non duravano molto.
Così continuò per 15 anni. Ma ad un uomo che ha visto “la
Luce dell’esistenza prima dell’inizio dei tempi”, che
ha sperimentato “la dolcezza e la pienezza dell’amore di Dio”,
non resta più niente nel mondo che lo possa attirare. Tendeva al
paradiso con tutte le forze della sua anima e le forze dell’inferno
si alzarono per impedirglielo. Una volta Silvano durante il servizio notturno
voleva fare un inchino fino a terra davanti all’icona del Salvatore,
ma improvvisamente vide davanti a se la figura del diavolo che aspettava
che gli si inchinasse davanti. “Signore, cosa fare?” –
gridò Silvano- subito sentì nel suo cuore la risposta: “I
superbi sempre soffrono per la presenza del demonio. Tieni il tuo intelletto
nell’inferno e non disperarti”. La rivelazione di Dio fu ravvivante
per Silvano. Da quel momento spesso ripeteva: “Presto muoio e la
mia anima crudele scenderà nell’inferno nero, lì soffrirò
solo nel fuoco e piangerò senza il Signore: dove sei, Luce della
mia anima? Perché mi hai abbandonato? Non posso vivere senza di
Te.”
Da quel momento la grazia stava sempre nel cuore del santo. Però
lo stesso la sua presenza non era completa. Ancora per 15 anni pianse
quando l’azione della grazia di Dio si indeboliva, e solo alla fine
di questi 15 anni ricevette la forza di combattere lo slancio del nemico
solo con un movimento della mente. Allora Silvano cominciò a contristarsi
per il mondo che non conosceva Dio, e la preghiera più importante
per lui diventò quella per la gente. “Pregare per la gente
vuol dire grondare sangue”, diceva. Fino agli ultimi giorni della
sua vita diceva a tutti i vicini: “Pregate per il popolo di Dio,
amate il popolo di Dio”. La
cosa più preziosa nel pensiero dello starez era certamente la teologia
dogmatica. Non amava leggere perché la lettura impediva la preghiera
che che gli scaturiva dal cuorema gli piaceva molto ascoltare i monaci
che durante il servizio leggevano i santi padri, come era usnza al Monte
Athos, così lo starez apprendeva e sembrava una persona che aveva
letto tanto. L’Archimandrita Sofroni (Saharov) parlando di questa
particolarità un po’ strana del carattere di Silvano spiega
che lo starez ebbe un’esperienza in comune con i santi padri e perciò
si memorizzava molto facilmente tante cose delle opere dei santi padri
e sene ricordava a lungo. Ma questa esperienza della santità gli
permetteva di capire, concepire e ricordare tante cose come se fosse frutto
della sua esperienza.
Lo starez insegnava che nella vita del cristiano verso la santità
ci sono tre tappe: la prima è il dono della grazia, la seconda
è la perdita di essa e la terza consiste nel ricevere nuovamente
la grazia grazie all’umiltà. Tanti hanno ricevuto la prima
grazia ma nessuno non l’ha tenuta per sempre. E pochi l’hanno
meritata di nuovo, ma solo questi hanno una vera visione spirituale.
L’umiltà è la parola chiave nel pensiero dello starez.
Tramite l’umiltà si merita la grazia e vice versa tramite
la superbia la si perde. “La terra viene bucata dall’uomo
con il ferro per poter ricavare il petrolio dal suo seno - diceva lo starez
- e raggiunge lo scopo. Il cielo viene bucato dall’uomo con la mente
per poter rubare la fiamma Divina, ma viene rifiutato da Dio per la superbia.”
Nela lotta con la superbia uno deve combattere fino al sangue. Nel cammino
verso la piena beatitudine, che è stare alla presenza del Padre,
ad ogni uomo spettano molte tentazioni delle quali l’ultima è
la sensazione di essere abbandonati da Dio. Il nostro starez sofrì
tanto nella lotta contro il nemico dell’uomo. A volte diceva: “Il
Signore lascia il Suo servo a fare la lotta mentre Lui lo sta a guardare
come guardava Antonio il Grande mentre litigava con i demoni. Nell’agiologia
di St. Antonio si dice che visse nella tomba, lì i demoni sentilo
picchiarono fino a fargli perdere i sensi… Completamente malato
lui non poteva stare in piedi, ma anche disteso continuava a pregare.
Così i demoni tornarono a percuoterlo duramente, e mentre soffriva
terribili dolori alzò gli occhi al cielo, vide una luce e subito
riconobbe l’apparizione del Signore, disse: “Dove eri Gesù
misericordioso quando i miei nemici mi picchiavano?”. Il Signore
gli rispose: “Ero qua, Antonio, e guardavo il tuo coraggio.”
Lo starez insegnava che in ogni tentazione il Signore è vicino
a noi e vede la nostra lotta, perciò bisogna essere coraggiosi
e non avere paura per poter ricevere da Lui la corona.
Il cammino del nostro santo è veramente meraviglioso. Uno dei biografi
dello starez dice: “Qualsiasi vita cristiana guardiamo, vediamo
che è assolutamente contraria ad una vita umana normale. È
piena di strani paradossi. Un cristiano nel suo cuore si umilia fino alla
fine, nella sua mente scende “fino all’ultima creatura”
e tramite questa umiltà viene innalzato a Dio e diventa superiore
a tutte le creature… tramite Cristo che ritrova in se stesso ma
in un modo già diverso, diventando “legato a Lui in un’
unione d’amore” per tutta l’eternità… Rifiutando,
rompendo i legami, “odiando” tutto, il cristiano riceve il
dono dell’amore eterna verso tutto e tutti…”
Lo starez Silvano morì il 24 settembre 1938. Da vivo pochi pensavano
che fosse un santo. Non è strano. “Prima della morte non
letificare nessuno”, dicono sull’Athos, e lo starez stesso
imparò l’abitudine della Montagna Santa di comportarsi in
modo da non far vedere i propri grandissimi doni spirituali. Adesso ognuno
può pregare per avere l’intercessione dello starez, perché
Silvano è uno dei santi gloriati dalla nostra Chiesa.
Padre Silvano, prega per noi!
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